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Il Lagorai

 

 

Terra ancora di Pascoli e Pastori

Nello scenario prealpino, dove l’aggressivo impatto delle cosiddette economie moderne sull’ ambiente naturale ha reso sempre più deboli le capacità di autodifesa di vaste aree montane e collinari, esistono realtà che consentono di guardare al domani con speranza.

E’ il caso del Lagorai, l’ insieme di ecosistemi montuosi racchiusi tra l’alta e la media Valsugana, il Tesino, il Vanoi, la val di Fiemme e la val di Fassa, suscettibile ancor oggi, purchè si intervenga in modo oculato e tempestivo, di concreta salvaguardia nel suo complesso e delicato equilibrio tra risorse naturali e paesaggistiche.

“ E’ giugno il mese del Lagorai” scrive de Battaglia nell’introduzione al suo saggio -Lagorai- (1), la più vasta area decompressa del Trentino. E se giugno sta per risveglio - del verde nuovo, chiaro quello dei larici e dei pascoli, più intenso quello degli abeti, mentre il disgelo trasforma suoni e luci -, la VICENDA DEL LATTE nel Lagorai, sta per millenaria esperienza rurale ad opera di quelle comunanze agrarie che condividendo con saggezza il governo di questa montagna, ne avevano marcato il suo equilibrio fin dall’epoca dei dissodamenti, periodo che lo storico medioevale Marc Bloch collocò nella II° epoca feudale, cioè nell’ XI secolo.

Fino alla Grande Guerra, che porterà quassù ciò che nel gergo militare viene paradossalmente denominato “ disastro esemplare”, ossia la totale devastazione dei suoi territori, forgiati da una secolare, solidissima economia agricolo-pastorale ove l’uomo e l’animale avevano lavorato dentro la natura e non contro di essa, per rafforzare un ecosistema montuoso sicuramente meno appariscente delle vicine Dolomiti, tuttavia carico di una sua poesia paesaggistica che, negli anni ’50, attirerà i pionieri del turismo naturalistico e dell’antropologia trentina: Vittorio Caraiola e Giuseppe Sebesta saranno i primi entusiasti esploratori di questa oasi intatta, di eccezionale interesse geologico, zoologico, botanico e proprio per quell’umanissimo sistema di saperi pastorali, di straordinario interesse anche antropologico dove era andata definendosi LA CIVILTA’ DELLA MALGA.

Erano gli anni in cui l’abbandono dell’economia d’alpeggio in tutto il meridiano alpino aveva avuto una pesante ricaduta sociale ed ambientale: la fuga dei giovani dalla montagna aveva accelerato i fenomeni di degrado dei territori montani per mancato “sfalcio” dei prati e sfruttamento dei pascoli ed amplificato il decadimento del paesaggio dal punta di vista estetico e cromatico.

L’abbandono delle economie casearie ha toccato anche il Lagorai?
Si in parte, ad eccezione di quello che può essere definito il territorio della - resistenza casearia-, a ridosso della media Valsugana trentina. Una montagna via via difesa dalle sue popolazioni, consapevoli dei diritti di uso civico contro i vari tentativi di manomissioni umane, che già a partire dagli anni ‘ 50 l’ avevano interessata, se pur intenzionalmente e dove“ la passione” per il lavoro di malga, quel sentimento radicatosi in tradizioni secolari e tuttora vivo nel “sentire “ comune dei malghesi valsuganotti, ha creato i presupposti affinché il Lagorai divenisse il luogo vocato per un uso ricreativo davvero rivoluzionario: semplicemente fruendo dell’incontro di due diversi paesaggi.

La montagna alta, quella dei pascoli e delle malghe dove l’eco turismo, lontano dai miti e dai riti del turismo di massa, esiste da sempre, il secondo paesaggio da fruire la sera, al ritorno dall’alpeggio o nelle stagioni di mezzo, rappresentato dalla zona dei maggenghi con i suoi piccoli caseifici di mezzamontagna, dalle zone del castagno, dai paesini che fanno da corolla al Lagorai.
Ognuno con le proprie specificità culturali e tradizioni gastronomiche, in un interessante scambio di socialità rurale ed urbana, senza necessità di riarmi turistici in quota.

© Laura Zanetti

(1)- Lagorai- Franco de Battaglia- Ed. Zanichelli

La catena di montagne del Lagorai si trova nel Trentino orientale